La capanna apuana


La capanna apuana (ma meglio sarebbe definirla "ligure") è una struttura rurale diffusa un tempo sull'Appennino Tosco-ligure-emiliano e oggi presente solo in forma di relitto architettonico nelle aree maggiormente conservative. Si caratterizza per una base di forma rettangolare e un tetto a copertura vegetale fortemente inclinato. Ne esistono diverse tipologie: quelle di maggiori dimensioni hanno una base in pietra, mentre tra quelle di dimensioni più modeste ve ne sono interamente costruite in materiale arboreo. La copertura del tetto, in origine con mazzi di spighe di segale, può essere anche in paglia. Negli ultimi decenni però gran parte di tali strutture è stata coperta con lamiere, per consentirne (con il venir meno e il deterioramento della copertura vegetale) una pur precaria impermeabilizzazione. La loro diffusione, specie sulle Alpi Apuane e nell'Appennino gaerfagnino e lunigianese, ha coinciso con le zone di maggiore conservazione della cultura apuana, venendo invece a mancare nelle aree dove prevale la romanizzazione e dove quindi le modifiche conseguenti alla deportazione del 180 a.C. hanno modificato la marcatura culturale originaria del territorio. Il nome indigeno di tali capanne è "barca/barga", riprendendo una base prelatina ancora molto presente nella toponomastica in forma di relitto. Successivamente, in epoca medievale, il nome è stato sostituito con la forma italiana "capanna/e", ancora presente in decine di località estremamente diffuse su tutto il territorio, specialmente nella parte montana. Il lavoro di schedatura e catalogazione di tale struttura, iniziato nei primi anni Novanta dello scorso secolo da Lorenzo Marcuccetti, è stato poi pubblicato in un libro dal titolo "La capanna apuana e friniate", a cura di Mauro Baroni Editore (Viareggio 1996). L'autore sta però lavorando ad un aggiornamento di tale complesso lavoro, che ha richiesto a suo tempo una ricerca capillare in ogni paese e località dell'intero territorio montano a nord della Toscana, dal Mugello fino alla valle del Vara (La Spezia, Liguria), ma che dovrebbe essere esteso anche al Tigullio, dove tali capanne sono presenti ancora con l'arcaico e originario nome di "barche" (informazione fornita della dottoressa Maria Ansaldi, metà anni Novanta del Novecento). Il lavoro di schedatura, costituito da centinaia e centinaia di fotografie, riporta anche capanne purtroppo non più esistenti, a causa della scarsa e inesistente opera di tutela nei loro confronti. Sarebbe opportuno, anche se in molti casi tardivo, un intervento, magari attraverso i Piani e i Regolamenti Urbanistici dei comuni interessati (diverse decine) affinchè tale modello di edificio fosse considerato identitario, in maniera da proporlo per le nuove edificazione, un po' come avviene per le case di modello alpino nelle regioni Padane (Piemonte, Valle d'Aosta, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Friuli Venezia Giulia). Tale formula di tutela, vincente in chiave turistica, è stata ad esempio portata avanti con successo nella zona del Parco dell'Orecchiella (comuni di Villa Collemandina e San Romano in Garfagnana), ma anche nel territorio del comune di Careggine (Alpi Apuane). E' un peccato che ciò non avvenga anche in tutti gli altri territori montani della provincia di Lucca e Massa-Carrara, dove la capanna ò è ancora presente in forma relittuale, o lo era fino a pochi decenni fa.