I Liguri Apuani

I Liguri Apuani

Delle diverse popolazioni dell'Italia antica, certamente quella dei Liguri Apuani rimane tra le più enigmatiche e stimolanti. Nominata varie volte nelle cronache liviane (Ab Urbe còndita) in riferimento alle campagne militari tra il 187 e il 155 a.C., fu protagonista di diversi episodi significativi, prima infliggendo ai romani una cocente sconfitta nel 186 a.C., poi subendo una deportazione nel 180 a.C. di 47.000 individui trasferiti nel Sannio beneventano, infine con una inaspettata resistenza (evidentemente un numero significativo era sfuggito alla deportazione) che li vedrà ancora nominare nel 155 a.C. per aver saccheggiato il territorio della colonia romana di Luna, fondata nel 177 a.C.. I Liguri venivano considerati dagli storici classici come il popolo più antico d'Italia. Estesi in origine dall'Ebro (Spagna) fino alla Sicilia, erano stati nel corso dei secoli soppiantati da nuove tribù indoeuropee, tra cui i Veneti, gli Umbri e gli Italici. L'ultima invasione, fine V-inizio IV secolo a.C:, vide l'arrivo di popolazioni celtiche dalle Alpi Occidentali (Galli), che finirono per compenetrarsi con diverse tribù liguri, forse affini culturalmente, in quelle che oggi vengono denominate popolazioni celto-liguri o, come forse sarebbe più opportuno, gallo-liguri. Gli Apuani, in questo contesto, si presentavano come una delle confederazioni più orientali del variegato e complesso mondo ligure, contermini verso est solamente con i Friniati (Frignano) e i Mugelli/Magelli (Mugello). E' significativo notare come oggi, a distanza di oltre due millenni, le aree geografiche che insistono sui due versanti dell'Appennino Tosco-Emiliano portino ancora i nomi di quelle nazioni liguri che le abitarono. In effetti, mentre per i Mugelli e i Friniati la loro presenza sul territorio è rimasta fino alla nostra epoca nei discendenti di quegli antichi progenitori, per l'area apuana la questione è più complessa. Non è solo la sovrapposizione di elementi germanici o di aree attigue in epoca medievale infatti che ha modificato il profilo culturale, ma anche le pesanti conseguenze della deportazione, che colpì in profondità e in maniera indiscriminata intere comunità, potremmo dire "a pelle di leopardo", con la successiva sostituzione da parte di elementi romani e latino/italici in un primo tempo, successivamente di elementi provenienti dalla Gallia Cisalpina e della Liguria in epoca augustea e medio-imperiale. Questo ha comportato, per l'intera regione apuana, una perdita d'identità non tanto nel modo di vivere di quelle popolazioni montane, che è rimasto per molti versi invariato nei tessuti rurali delle zone di relegazione dove l'elemento autoctono è sopravvissuto in modo prevalente, quanto in quel senso di appartenenza a un Nomen comune che avrebbe consentito la sopravvivenza nei secoli di una termine assimilabile ad "Apuania". Così occorrerà attendere fino al XVIII secolo affinchè un gruppo di eruditi restituisca alle montagne più sacre per quella nazione una forma aggettivale congrua e attinente (Alpi Apuane), non tanto e non solo perché la loro forma ricorda quella delle ben più note Alpi, quanto perché, in senso strettamente ligure, rappresentavano gli alpeggi, cioè le terre comuni, degli Apuani. La regione apuana, dopo la deportazione, prende diversi nomi. A nord quello che la riporta alla sua pertinenza nei confronti della colonia romana di Luna (Luni, da cui Lunigiana). Lungo la valle dell'Auser (Serchio) invece si connota per il suo essere rimasta inaccessibile e forse un po' esclusa al controllo reale della neo colonia latina di Luca (Lucca), tanto da assumere nel medioevo il titolo di "Garfagnana", plausibilmente dalla "Silva Caferonia" che la ricopriva, in una forma assimilabile all'hic sunt leones delle mappe di epoca romana. Lo stesso termine Versilia, già attestato nell'alto medioevo, sembrerebbe più un termine legato all'idronimo di cui costituiva il bacino idrografico e che compare in una forma distorta (flumen Vesidia, forse errata trascrizione da mappe di epoca imperiale) nella Tabula di Peutinger. E' infine del 1938-1946 la breve esperienza del comune e provincia di Apuania. Il primo vide l'accorpamento in un unico soggetto amministrativo di Massa, Carrara e Montignoso, mentre il secondo, più semplicemente, divenne il nuovo appellativo della provincia di Massa e Carrara. Il fatto di essere stato voluto dal regime fascista, nella sua ultima e cruenta fase, ne ha condizionato il proseguio nel dopoguerra, quando tutto è stato riportato allo status quo precedente. Tre regioni, Alpi Apuane, Frignano e Mugello, che riportano a un tempo quando l'Appennino era zona di unione e non di divisione, quando i confini si annullavano in enormi cerniere compascuali su sui insistevano comunità e popoli affratellati in una comune matrice, da un versano all'altro. Una cultura rurale e legata alle montagne, all'allevamento e alla silvicoltura, con l'ausilio di una agricoltura povera di sussistenza, dove la proprietà dei territori era indivisa e gestita in modo collettivo dalle singole comunità locali.

Un popolo indomito

L'inizio delle ostilità
Le prime citazioni di scontri tra Liguri dell'Appennino e romani risalgono al 238 a.C., con la campagna condotta dal console Tito Sempronio Gracco probabilmente a nord di Pisa. Nel 236 a.C. il console Publio Cornelio Lentulo, dopo aver superato i Galli Boi nelle regioni di Ariminium, attaccò i Liguri (forse i Mugelli, o comunque tribù plausibilmente del versante Padano) e, superatili, prese loro alcuni castelli. Furono anni inquieti, in cui Sardi, Corsi e Liguri portarono avanti insieme una accanita lotta di resistenza contro la penetrazione romana, che dopo la fine della I Guerra Punica aveva visto rivendicare il suo predominio sulle due grandi isole fino a quel momento sotto l'influenza cartaginese. Diversi eserciti e vari consoli si susseguirono nella regione per cercare di domare gli animi delle varie compagini liguri, ma solo l'intervento risolutore del console Quinto Fabio Massimo, nel 233 a.C., riportò la pace intorno a Pisa, superando i Liguri in una grande battaglia, uccidendone molti e respingendo gli altri verso le Alpi (da intendersi come Alpi Apuane o comunque Appennini), impedendogli così di predare le limitrofe regioni d'Italia poste ormai sotto il controllo romano. Seguirono quarant'anni di tregua tra le tribù Liguri a nord di Pisa e i romani.

La campagna pisana
Nel 195 a.C. il Senato incaricò Publio Porcio Leca, Prefetto della nuova Provincia di Liguria, di raggiungere Pisa con 10.000 fanti e 500 cavalieri tolti all'esercito della Gallia. Dopo poche settimane il console Marco Porcio Catone attraversò il territorio con il proprio esercito di 24.900 soldati per imbarcarli alla volta della Spagna nel maestoso porto naturale di Luna, dove l'attendeva una flotta di 25 navi da guerra e numerose altre da trasporto requisite lungo il litorale tirreno. Nel 193 a.C., a quarant'anni esatti dal termine delle ostilità, 20.000 Liguri in armi, fatta una cospirazione in ogni conciliabolo dell'intera Nazione, devastarono il territorio di Luna, trasferendosi poi in quello pisano e lungo tutto il litorale. Il console Quinto Minucio Termo, appena nominato, intervenne con un esercito di 24.500 soldati, percorrendo il tragitto da Arezzo a Pisa in formazione quadrata. Lì trovò una situazione compromessa, essendo la città assediata da oltre 40.000 uomini, che aumentavano sempre di più ogni giorno che passava. Il suo ingresso in città la salvò dalla capitolazione e, nel giorno successivo, pose il campo oltre il fiume, a circa cinquecento passi da quello nemico. I Liguri, forti del loro numero, uscivano in canpo aperto, pronti a intraprendere una battaglia decisiva. Inolgtre saccheggiavano i territorio limitrofi, conducendo poi il bottino con scorte armate sui loro castellari e nei villaggi. Alla fine dell'estate i Liguri tentarono un assalto risolutore all'accampamento romano, ma senza ottenere una vittoria risolutrice. Ciò che accadde subito dopo lascia supporre un cambio di strategia, dovuto forse alle perdite subite e all'inutilità di attacchi frontali verso quelle truppe così avvezze alle battaglie campali. Dopo poco infatti le fonti riportano un tentativo di imboscata, teso dai Liguri all'esercito del console, uscito ad inseguirli tra aspre gole. Solo l'intervento risolutore del prefetto della cavalleria numida permise a Minucio di riportare le truppe a Pisa senza incorrere in una disastrosa sconfitta. Nell'anno successivo (192 a.C.) i romani ricevettero 9.400 soldati di rinforzo e, potendo disporre ormai di un potenziale che superava le quarantaquattro ila unità (ma non è dato conoscere l'ammontare delle perdite ricevute fino a quel momento) si svolse davanti alla città una furiosa battaglia campale che, a detta di Minucio, causò ai Liguri 9.000 morti e li costrinse a un precipitoso abbandono del loro accampamento. Nel 191 a.C. i Liguri tornarono nuovamente ad assalire il campo romano ma, dopo furiosi combattimenti dall'esito incerto, dovettero desistere e ritirarsi, con perdite che il console stimò in 4.000 morti (contro solo 300 da parte romana). Conclusa quella lunga e cruenta campagna, nel 190 a.C., il proconsole Minucio rientrò a Roma senza infamia e senza lode. Il trionfo gli venne negato in seguito a due celebri requisitorie del Censore Marco Porcio Catone, che lo accusò di aver inventato delle false vittorie. Ciò ovviamente non depone a favore della veridicità delle cifre da lui riportate (rispettivamente 9.000 e 4.000 perdite inflitte ai Liguri).

La strategia del lupo
Nel 189 a.C. non venne assegnato nessun console alla Liguria e rimase solamente in Tuscia un propretore, Publio Giunio Bruto, con un contingente di 14.900 soldati. Il fatto che fosse scomparso il termine "provincia di Liguria", introdotto nel 195 a.C. con l'assegnazione a Pisa del pretore Porcio Leca, farebbe supporre che i romani, in quel momento, avessero accantonato l'idea di considerare la Liguria una loro provincia e, anzi, lascerebbe intendere che la campagna di Minucio, strategicamente, si fosse semmai risolta a favore dei Liguri. Resta il fatto che gli eserciti delle nazioni liguri appenniniche, durante quella campagna, avevano modificato il loro modo di approcciarsi al nemico, passando dalla strategia dell'orso, che prevedeva furiosi attacchi frontali, a quella del lupo, tesa invece ad attirare i contingenti nemici in imboscate tra i recessi montuosi della regione. Nel 188 a.C. al console Marco Valerio Messalla fu assegnata Pisa e la Liguria, con un esercito di 25.200 soldati. Insieme al collega Gaio Livio Salinatore, a cui era stata assegnata la Gallia con un esercito di uguale entità, si spinsero verso i Liguri dei due versanti Appenninici senza però fare alcuna azione degna di nota. Nel 187 a.C. i due nuovi consoli, Marco Emilio Lepido e Gaio Flaminio, ebbero in assegnazione la Liguria, dove si recarono con due nuovi eserciti, forti ciascuno di 25.200 soldati. Entrambi mossero guerra dalla Gallia, Emilio Lepido lungo il Secchia, Flaminio lungo lo Scultenna, nel territorio dei Liguri Friniati. Questi, inseguiti fin sopra le cime più elevate e anche oltre lo spartiacque appenninico, vennero costretti alla resa e disarmati. Successivamente il console, forse già nella valle del Serchio (Garfagnana), portò le truppe contro i Liguri Apuani, che avevano saccheggiato con le loro scorrerie le campagne di Pisa e Bologna, debellandoli e restituendo la pace ai Pisani e ai Felsiniensi. Infine, per non tenere i ozio le truppe, le impegnò nella costruzione di una strada tra Felsina (Bologna) ed Arezzo (via Flaminia). Il collega invece devastò il territorio ligure sia in pianura (Padana) che nelle vallate, mentre le popolazioni si erano rifugiate in difesa sui castellari di Ballista (monte Vallestra) e Suismontium (Pietra di Bismantova). Provocatili con scaramucce li fece scendere al piano e li sconfisse in regolare battaglia, facendo voto per l'occasione di un tempio a Diana. Risalita la valle del Secchia fino alla sua testata attaccò anche quei Liguri che si trovavano oltre l'Appennino (ancora Apuani), compresi quei Friniati che Emilio non era riuscito a raggiungere, costringendoli alla resa. Durante l'ultima battaglia combattuta contro i Liguri (Apuani) fece voto di un tempio a Giunone Regina. Infine, come il collega, portò le truppe in Gallia e fece loro costruire una strada da Piacenza a Rimini (via Emilia).

Saltus Marcius
Nel 186 a.C. il console Quinto Marcio Filippo ebbe in consegna l'esercito del predecessore Flaminio, che aveva svernato presso Pisa (25.200 soldati), a cui vanno aggiunti 8.350 soldati di rinforzo che aveva arruolato e condotto con sè da Roma. Con questa forza. Di 33.550 unità (da cui però andrebbero eventualmente detratte le perdite subite dal collega durante la campagna militare dell'anno precedente) mosse guerra ai Liguri Apuani. Questi, attiratolo in una terribile imboscata tra le gole montuose del loro territorio, ne fecero a pezzi l'esercito, impossessandosi di 3 insegne della seconda legione e 11 insegne degli ausiliari. Le fonti riportano la cifra di 4,000 morti, ma data la dinamica e l'entità dello scontro è facile supporre che la sconfitta ebbe caratteri ben più rilevanti. La difficoltà nel disporre di dati attendibili sta anche nella circostanza che il console, dopo essere rientrato a Pisa con ciò che restava delle sue truppe, le congedò, in maniera che il Senato non potesse verificare la reale entità delle perdite. Tuttavia non potè cancellare il ricordo del suo insuccesso; infatti il saltus da cui i Liguri lo avevano messo in fuga, fu chiamato "Marcius" (Livio, Ab Urbe condita, XXXIX, 20, 5-10). Secondo Orosio, che sembra non riferirsi alla fonte liviana ma piuttosto agli autori coevi della battaglia a cui lo stesso Livio attinge, l'esercitò di Quinto Marcio potè evitare il completo sterminio solo perché rifugiatosi velocemente nell'accampamento (Historiarum adversus paganos libri septem, IV, 20, 24-26).

Cambio di strategia da parte romana
Nel 185 a.C. Marco Sempronio Tuditano, avuta in assegnazione la Liguria, condusse il proprio esercito, stimabile in 25.200 soldati, nel territorio dei Liguri Apuani, per vendicare la sconfitta del suo collega nel precedente anno e per ripristinare i collegamenti verso il grande porto naturale di Luna. Partito da Pisa devasto i loro campi e incendiò i villaggi e castellari, aprendsi così un passo fino al fiume Magra e al porto lunense. Gli Apuani si attestarono su una montagna che era stata l'antica sede dei loro antenati, ma anche da lì i romani, superata l'avversità del terreno, li fecero allontanare. Nel 184 a.C. furono eletti consoli Publio Claudio Pulcro e Lucio Porcio Licinio. Entrambi ricevettero in assegnazione la Liguria, ricevendo gli eserciti dei loro predecessori (oltre cinquantamila soldati) che già si trovavano ai margini di quella provincia, ma le cronache riportano che non fecero nulla degno di nota nè in pace nè in guerra. Nel 183 a.C. vennero eletti consoli Quinto Fabio Labeone e Marco Claudio Marcello, ricevendo anch'essi come zona d'operazioni la Liguria e gli eserciti ivi stanziati ormai da due anni. Marcello, venuto a conoscenza dell'arrivo di Galli Transalpini nell'area dove doveva essere fondata la colonia di Aquileia (attuale Friuli) condusse in quella zona le sue truppe. Nel frattempo però Labeone segnalò al senato che gli Apuani pensavano seriamente di ribellarsi e che c'era il pericolo che invadessero il territorio di Pisa. Così ai nuovi consoli del 182 a.C., Gneo Baebio Tamphilo e Lucio Emilio Paolo, venne nuovamente assegnata come provincia la Liguria e fu data duisposizione di procedere all'arruolamento di due nuovi eserciti, le cui quattro legioni sarebbero state rinforzate ciascuna con due cohorti extraordinarie di 500 soldati, per un totale di mille effettivi in più ognuna. Si trattava di due eserciti forti ciascuno di 26.800 soldati. Inoltre all'esercito di Marcello, di stanza in Gallia Cisalpina (Pianura Padana), fu mandato un contingente di rinforzo di 7.400 soldati, prorogandogli l'imperium. A questa enorme massa di uomini in armi dobbiamo aggiungere l'esercito di Quinto Fabio Labeone, di stanza a Pisa, al quale, come per il collega, era stato proprogato il comando. Si trattava di quattro eserciti consolari rinforzati, la cui somma totale assommava a 111.400 soldati (tolte vviamente le eventuali perdite subite in quei due anni, che non risulta comunque fossero state degne di nota). Nonostante questo enorme spiegamento di forze, nulla accadde di rilevante nel territorio assegnato dove i Liguri, ritiratisi in zone boscose del loro territorio, congedarono l'esercito disperdendosi un po' ovunque in villaggi e castellari. Labeone, nei mesi successivi, ricevette l'ordine di trasferire il proprio esercito sul versante padano. Nel 181 a.C. Emilio Paolo trasferì invece le truppe contro gli Ingauni, nella parte occidentale della Liguria, ma lì venne sorpreso e posto sotto assedio da 40.000 ligurì di quella nazione. Nel frattempo i nuovi consoli, Marco Baebio Tamphilo e Publio Cornelio Cethego, arruolati due eserciti di 26.800 soldati ciascuno, li portarono presso Pisa dove si accamparono. Il proconsole Gneo Baebio infatti aveva passato le proprie truppe al Pretore Marco Pinario, che le aveva trasferite in Sardegna, mentre Marcello, in Gallia, era troppo distante per intervenire in tempo. Nelle settimane successive Emilio Paolo ottenne una grande vittoria sugli Ingauni e l'intervento dei due nuovi consoli non fu più necessario. Nessun fatto d'armi fu segnalato nei confronti degli Apuani.

La deportazione
Nel 180 a.C. il Senato assegnò nuovamente ai consoli appena eletti, Aulo Postumio Albino Lusco e Gaio Calpurnio Pisone, il territorio degli Apuani, con due nuovi eserciti di 26.800 soldati ciascuno. Quinto Fabio Labeone ebbe il comando prorogato in Gallia con il suo esercito forte di oltre 32.000 soldati. Inoltre la flotta del Tirreno, comandata dal duumviro navale Gaio Matieno, venne mandata al largo della costa apuana per fare da supporto alle truppe. In quelle settimane una forte pestilenza colpì Roma e lo stesso console Pisone trovò la morte. Successive indagini portarono però alla condanna della morte Quarta Ostilia, accusata di aver avvelenato il marito, e alla nomina di console del figlio di lei Quinto Fulvio Flacco. I ritardi dovuti a questi eventi consentirono ai due proconsoli Baebio e Cethego di muovere contro gli Apuani, che stavano in pace, facendoli arrendere in numero di 12.000. Poi, chieste indicazioni al Senato tramite lettere, decisero di farli scendere dalle loro montagne, in maniera da togliere loro ogni speranza di ritorno, pensando che questo fosse l'unico modo per portare la pace in quei territori. I romani possedevano una porzione di agro pubblico nel territorio sannita, che era appartenuto ai Taurasini. Era lì che volevano trasferire i Liguri Apuani e a questo scopo bandirono un editto che li obbligava a scendere dai monti con le mogli e i figli, portando con sè ogni loro bene. I Liguri più e più volte scongiurarono Baebio e Cornelio per mezzo di loro legati di non essere costretti a lasciare i loro penati, la patria in cui erano nati, i sepolcri degli antenati e si impegnavano a consegnare armi ed ostaggi. Non ottennero nulla e, d'altra parte, non avevano le risorse per riaprire il conflitto e così finirono per obbedire all'editto. Furono trasferiti a spese dello stato circa quarantamila uomini liberi con relative mogli e figli: furono anche assegnate loro centocinquantamila libbre d'argento perché i Liguri potessero apprestare nelle nuove sedi ciò di cui avevano bisogno. Alla divisione e all'assegnazione del territorio furono preposti gli stessi che avevano diretto la deportazione, Cornelio e Bebio: su loro richiesta il Senato li aiutò per mezzo di un collegio quinquevirale che aveva funzioni consultive. Una volta definita la questione, essi riportarono a Roma il vecchio esercito; il Senato decretò loro il trionfo e furono i primi a celebrarlo senza aver combattutto alcuna guerra. Furono fatte sfilare davanti al carro soltanto le vittime: nel loro trionfo non c'era bottino da far sfilare o prigionieri da trascinare; e non c'era nemmeno qualcosa da distribuire ai soldati. Nel frattempo i consoli in carica,Postumio Albino e Fulvio Flacco, fecero entrare entrambi i loro eserciti nel territorio dei Liguri, ma da parti opposte. Postumio, al comando della prima e della terza legione, andò ad attestarsi sui monti Ballista (Valestra-Carpineti) e Leto (forse il monte Ledo, nell'alta valle del Secchia) dove provvide a sbarrare con guarnigioni gli angusti passi impedendo qualsiasi rifornimento diretto ai Liguri e riuscendo a sottometterli dopo averli privati di ogni cosa. Fulvio, al comando della seconda e quarta legione, partendo da Pisa, portò il suo attacco a quella parte di Liguri Apuani che abitavano lungo il corso del fiume Magra; accolse la resa di circa settemila uomini che imbarcò e fece giungere a Napoli, costeggiando il litorale etrusco. Da Napoli essi furono trasferiti nel Sannio dove furono loro concesse delle campagne tra i loro connazionali. Aulo Postumio tagliò le vigne dei Liguri Montani e ne bruciò le scorte di frumento, finché quella popolazione, piegata da tutti quei disastri militari, si sottomise e consegnò le armi. Avanzò poi con la flotta per una ricognizione della zona litoranea dei Liguri Ingauni e Intemeli.

La fondazione di Luca (Lucca)
Anno 180 a.C., contestualmente alla deportazione. Riporta Tito Livio che "ai pisani che promettevano terreni per la fondazione di una colonia latina il Senato rese grazie, e destinò triumviri a tale scopo Quinto Fabio Buteone e i due Lenati Marco e Publio" (T. Livio, Ab urbe condita, XL, 43). Potremmo dire che la concessione di terre per la fondazione della colonia latina di Luca sia in ultima analisi il prezzo pagato dai pisani per ottenere da Roma la deportazione dei Liguri Apuani, certamente loro vicini scomodi. Tale accordo giustificherebbe anche le lettere di Quinto Fabio Labeone, tre anni prima, che denunciavano la volontà degli Apuani di ribellarsi, quando invece, alla luce dei fatti, non si verificò niente di tutto ciò.

Fondazione di Luna (Luni): i lunghi anni della resistenza apuana
Nel 179 a.C. i consoli Quinto Fulvio Flacco (omonimo dell'altro visto per l'anno precedente) e Lucio Manlio Acidino, con un esercito di 26.800 soldati ciascuno (ancora due cohoorti extraordinarie aggiuntive di 500 legionari per ognuna delle quattro legioni arruolate) ebbero in assegnazione la Liguria. Il primo, trasferito l'esercito attraverso monti, valli e passi impervi (in alcune traduzioni "monti e accessi impervi di Ballista"), venne a battaglia campale con il nemico: non solo riuscì vincitore sul campo, ma nella stessa giornata arrivò anche ad occuparne gli accampamenti. Si arresero tremiladuecento nemici e, con loro, tutta quella regione dei Liguri. Il console trasferì i nemici sottomessi nelle campagne di pianura, facendo presidiare le zone montuose da guarnigioni romane. Altre azioni del console non vengono riportate dalle fonti per una lacuna nel testo. Per quei successi furono decretate suppliche di tre giorni e i pretori, durante le suppliche, celebrarono un sacrificio con quaranta vittime adulte. L'altro console, sempre nel territorio dei Liguri, non fece nulla che valga la pena di essere ricordato. Nel 178 a.C. venne mandato a Pisa il pretore Tiberio Claudio Nerone, con 10.750 soldati, per tenere sotto controllo la regione. Inizialmente fu assegnato a quella sede anche il console Marco Giunio Bruto, con 21.500 soldati, ma in un secondo tempo venne fatto trasferire nella Gallia Cisalpina. Nel 177 a.C. venne dedotta una colonia di diritto romano a Luna, sull'estuario del fiume Magra. Ai duemila coloni, con relative famiglie, fu assegnata ciascuno una quota di terreno di 51,50 jugeri. Per la deduzione venne incaricato un collegio di triumviri composto da Publio Elio, Marco Emilio Lepido e Cneo Sicinio. Di lì a poco si verificò una sollevazione generale tra le tribù dell'Appennino Tosco-Emiliano. Il proconsole Claudio Nerone, ancora a Pisa con le sue truppe, segnalò al Senato che i Liguri stavano nuovamente preparando la rivolta nei loro conciliaboli. Il console Gaio Claudio Pulcro, di ritorno con le sue truppe (23.600 soldati) dall'Istria, affrontò l'esercito ligure presso Mutina (Modena), allo sbocco del torrente Scultenna nella Pianura Padana, infliggendogli una grave sconfitta. Le fonti parlano di 15.000 morti, 700 prigionieri e 51 insegne militari catturate all'interno dell'accampamento ligure. Per questa vittoria, e per quella sugli Istri, ottenne un doppio trionfo a Roma. Ma mentre Claudio Pulcro festeggiava i Liguri, evidentemente non sconfitti del tutto come i rapporti del console volevano far credere, si accorsero che la legione del proconsole Claudio Nerone, di presidio a Pisa, era stata congedata, forse troppo ottimisticamente. Cos' riunirono segretamente un nuovo esercito confederale e, attraversando le giogaie dell'Appennino, si rovesciarono su Mutina, completamente sguarnita, occupandola e facendo strage dei coloni, molti dei quali vennero tradotti come ostaggi presso gli atavici castellari montani. Nel 176 a.C., essendo impediti i nuovi consoli ad intervenire militarmente prima per motivi religiosi, poi per la morte di uno dei due, lo stesso Pulcro, in veste di proconsole, si pose al comando delle truppe che aveva comandato l'anno precedente e risalì la Penisola fino a Mutina, che occupò in soli tre giorni uccidendo all'interno della città, secondo i suoi rapporti, 8.000 Liguri. Dopo averla restituita ai coloni, si ritirò a Parma con l'esercito. Quinto Petilio Spurino, unico console rimasto in carica, raggiunse Pisa in agosto, dove prese atto della crisi che si stava consumando e diede disposizioni per far radunare il suo nuovo, esercito forte di 19.600 soldati, proprio presso la città. Nel frattempo raggiunsero le coste apuane anche le due flotte congiunte, comandate dai duumviri navali, per prestare appoggio alle eventuali operazioni belliche. Appio Claudio, rinforzato il suo esercito con truppe di rincalzo arruolate tra i coloni, si mise in marcia verso il territorio dei Liguri. I ribelli, all'arrivo dell'esercito romano, preferirono evitare un nuovo scontro in pianura, memori del disastroso esito di pochi mesi prima lungo lo Scultenna, così si ritirarono nella parte montana, sui castellari dei monti Leto e Ballista, che per l'occasione vennero rinforzati con una cinta muraria. I ritardatari, sorpresi dai legionari nella pianura, vennero uccisi in numero di 1.500. Gli altri si tenevano sulle alture. La scena però che si presentò ai romani intenti ad incalzarli fu efferata: i difensori si erano abbandonati a scene di sacrifici umani, facendo scempio dei corpi degli ostaggi, che poi appesero alle mura del castellare insieme anche a quelli degli animali immolati e persino degli oggetti inanimati. Il proconsole Pulcro e il console Petilio si incontrarono in pianura, presso i Campi Magri, dove il primo consegno le truppe al secondo. Questi venne a breve raggiunto anche dall'altro nuovo collega Gaio Valerio Levino, eletto nel frattempo a sostituire il console deceduto e arrivato anch'egli con un nuovo esercito di 19.600 soldati. Passarono in rassegna le truppe e da lì mossero poi in due direzioni diverse. Petilio risalì presumibilmente la valle del Secchia, come già Claudio prima del suo arrivo, attestandosi di fronte ai massicci del Ballista e del Leto. La battaglia che ne seguì vide la morte dello stesso Petilio, trafitto da una freccia, oltre al massacro totale dei difensori, stimati dalle fonti in 5.000. Valerio invece operò anch'egli nel territorio Ligure, ma lacune nel testo liviano non ci danno modo di sapere dove e con quali risultati.

La prima devastazione di Luna (Luni)
L'intero Appennino Tosco-Emiliano era in fermento e i vuoti nelle fonti non aiutano a ricostruire con esattezza le dinamiche. Sappiamo però che da lì a pochi mesi, all'inizio del 175 a.C., compagini tribali liguri saccheggiarono Luna (Luni) e Pisa, obbligando un nuovo console, Publio Mucio Scevole, ad intervenire con un esercito di 19.600 soldati. Tito Livio nomina espressamente Hergati (forse un'errata trascrizione di "Bergati"), Garuli e Lapicini al di qua dell'Appennino e Briniati (in alcuni codici "Friniati") al di là, entro il fiume Audena (per alcuni l'Aulella, secondo una dizione più arcaica). Non dice però quali Liguri nello specifico avessero apportato tali distruzioni alle due città costiere e le lacune nel testo certo non aiutano. Possiamo ragionevolmente supporre che si trattasse di compagini apuane e loro affini, data la contiguità con i territori devastati. E questo, dopo appena due anni dalla fondazione di Luna, non era certo un buon viatico. Secondo le fonti il console, dopo averli ridotti tutti in soggezione, tolse loro le armi. La rivolta si era propagata specularmente anche sull'altro versante Appenninico, verso la Gallia, dove il collega di Mucio Scevola, Marco Emilio Lepido, con un esercito di pari entità, aveva anch'egli condotto una campagna dall'esito positivo verso le tribù Liguri di quel territorio montano, riducendoli alla resa e deportandoli nella pianura sottostante. Il Senato, per queste imprese, decretò pubbliche preghiere per tre giorni e ordinò di sacrificare quaranta vittime. Secondo le fonti la ribellione, su entrambi i versanti della Liguria, fu soffocata in breve tempo senza grandi sforzi (Tito Livio, Ab Urbe condita, XLI, 19, 1-3).

La lunga guerra sparita dalle fonti
Nel 174 a.C. i nuovi consoli Spurio Postumio Albino e Quinto Mucio Scevola mosseroo verso la Liguria con due eserciti di 19.600 soldati ciascuno. Le cronache non segnalano alcun fatto d'armi. Nel 173 a.C. i consoli Lucio Postumio Albino e Marco Popilio Lenate arruolarono due nuovi eserciti di pari entità rispetto all'anno precedente, ricevendo come zona di operazione la Liguria. In realtà però la raggiunse solamente il secondo, che da Pisa si portò nel territorio degli Statiellati. Raggiunta la loro capitale Caristo li affrontò in battaglia pur essendo loro tradizionali alleati di Roma. Nello scontro morirono forse 10.000 liguri e 3.000 romani. Caddero nelle loro mani 700 prigionieri e 82 insegne militari, mentre altri 10.000 si arresero successivamente. Popilio li vendette tutti come schiavi e rase al suolo le loro città. Il Senato però chiese la revoca dell'editto, considerato ingiusto. Ne nacque un braccio di ferro che continuò anche nell'anno successivo, quando venne eletto console il fratello, Gaio Popilio Lenate. Nel 172 a.C. Marco Popilio rimase nella zona di operazione con il suo esercito e la carica di proconsole. Mosse guerra nuovamente agli Statiellati e ne uccise 6.000. L'intera Liguria si sollevò e il Senato intervenne attaccando duramente il proconsole in un pubblico processo, ma anche i due consoli per la loro inerzia. Alla fine gli Statiellati riottennero la loro libertà e l'assegnazione di terre oltre il Po (nel frattempo infatti le loro terre di origine erano state assegnate a coloni romani e latini, come già accaduto per gli Apuani con le deduzioni di Luca e Luna). Il console Publio Elio (collega di Gaio Popilio) raggiunse la Liguria con un esercito di 19.600 soldati, ma non compì niente degno di nota. Nei due anni successivi la situazione in Liguria sembra farsi più quieta. Nel 171 a.C. il console Gaio Cassio Longino riceve come destinazione la Gallia Cisalpina ma, invece di raggiungere Pisa e da lì la Pianura Padana, si imbarca per la Grecia. Nel 170 a.C. il console Aulo Atilio Serrano riceve come destinazione il territorio dei Liguri e vi porta un esercito di 19.600 soldati, ma non avviene alcuno scontro. Dopo due mesi decide di congedare le due legioni, lasciando gli alleati latini (10.000 fanti e 600 cavalieri) a svernare a Luna e Pisa. Nel 169 a.C. il console Gneo Servilio Cepione ottiene come destinazione l'Italia e Pisa, dove conduce un esercito di 19.600 soldati. Non compie però alcuna azione degna di nota. Nel 168 a.C. il console Gaio Licinio Crasso avrebbe dovuto condurre il proprio esercito a Pisa e da lì nella Gallia Cisalpina, ma non vi si recò e preferì optare per la Macedonia, dove era in atto un conflitto. In quei mesi i coloni lunensi e i pisani, in titigio per motivi di confine presumibilmente nella pianura versiliese, portarono una loro lagnanza in Senato, il quale stabilì con Senatoconsulto di nominare un Collegio di Quinqueviri formato da Quinto Fabio Buteone, Publio Cornelio Blasione, Tito Sempronio Musca, Lucio Nevio Balbo e Caio Apuleio Saturnino. Nel 167 a.C. la situazione degenerò, forse anche per le operazioni di traguardatura del territorio che i coloni, lucensi e lunensi, stavano conducendo nei rispettivi territori di assegnazione, dove la presenza indigena però era ancora considerevole, sebbene non uniforme. I due consoli, Marco Giunio Penno e Quinto Elio Peto, con due eserciti di 19.600 soldati ciascuno, condussero le operazioni partendo da due versanti opposti, il primo da Pisa, il secondo dalla Gallia Cisalpina, devastando il territorio Ligure. L'opera liviana però, per questi anni, ci è pervenuta incompleta e lacunosa, lasciando talvolta solo alle periochae (introduzioni) scarse informazioni di riferimento. Non sappiamo quindi altro dell'evoluzione di quegli accadimenti bellici. L'archeologia ci viene in aiuto grazie al ritrovamento di centinaia di ghiande missili che un'appassionata indagine di superficie ha permesso di recuperare sui fianchi dei monti Rondinaio e Vallimona, insieme a monete databili negli anni Sessanta e Cinquanta del II secolo a.C. e un frammento di pilum. Ci raccontano di intense operazioni belliche sulle Apuane meridionali tra le truppe romane, o delle milizie della neo colonia di Luca (Lucca) e le compagini apuane ancora insistenti sul territorio montano. Purtroppo la mancanza della fonte storica più importante, quella liviana, ci impedisce di conoscere con maggiore dovizia lo svolgersi di tali eventi. Nel 166 a.C. i consoli Marco Claudio Marcello e Gaio Sulpicio Gallo condussero il loro eserciti, di 19.600 soldati ciascuno, il primo contro tribù di Galli Alpini, l'altro sui Liguri, sui quali trionfarono. E proprio dai Fasti Trionfali apprendiamo trattarsi dei Veleati, dell'appennino piacentino, insieme ad un secondo Nomen incompleto (Ta.... rneis). Dalla Tabula Alimentaria di Velleia, di epoca traianea, sappiamo che il territorio del Municipio veleiate confinava e interagiva con quello lucense, probabilmente attraverso la valle del Secchia. Dei tre anni successivi non è rimasta alcuna documentazione scritta. Nel 163 a.C. il console Tiberio Sempronio Gracco condusse una campagna contro i Liguri, presumibilmente con un esercito di pari entità rispetto ai colleghi degli anni precedenti. Non conosciamo però nè la zona precisa a cui venne assegnato, nè tantomeno l'esito e lo svolgimento degli eventi militari. Lo stesso accadde nel 162 a.C., quando uno dei due consoli, Publio Cornelio Scipione Nasica Corculo e Gaio Marcio Figulo, condusse una campagna contro i Liguri con un esercito presumibilmente di pari entità rispetto ai colleghi degli anni precedenti. Mancano però informazioni sul nome della tribù e sullo svolgimento dei fatti. Seguono altri tre anni di vuoto riguardo le fonti scritte. Dai Fasti Trionfali apprendiamo che, nel 158 a.C., il console Marco Fulvio Nobiliore ottenne il trionfo sui Liguri Eleati (Veleiati), ma non abbiamo altre informazioni.

La seconda devastazione di Luna (Luni)
Nel 155 a.C. il console Marco Claudio Marcello ottenne un trionfo sui Liguri Apuani. Sui Fasti Trionfali ritroviamo (...)us et Apua(...), interpretato da Ettore Pais come (de Ligurib)us et Apua(neis). In altri testi si preferisce (de Veleatib)us et Apua(neis), seguendo una coerenza che vedrebbe elencati due Nomen contermini dell'Appennino, protagonisti entrambi degli avvenimenti bellici dei precedenti anni, invece di un generico liguri. L'episodio relativo alla campagna di Marcello e alla sua liberazione dei lunensi dall'aggressione delle popolazioni apuane circostanti rimane documentata anche da un'epigrafe marmorea collocata nel foro cittadino, che riporta M. CLAUDIUS M.F. MARCELLUS CONSOL ITERUM, ricordo evidente dei benefici apportati alla colonia durante il suo secondo consolato. Il toponimo Montenarcello, che oggi identifica un ridente borgo collinare che sovrasta l'antica colonia di Luni, sembra anch'esso mantenere un ricordo del ruolo di primo piano mantenuto dal celebre personaggio romano nella protezione e nella storia di quell'antica città oggi non più esistente.

E poi?
Tra il 155 e il 129 a.C. v'è una lacuna di circa 30 righe anche nei frammenti dei Fasti Trionfali a noi pervenuti. In questo intervallo vi sono attestazioni relative ad otto trionfi, ma per altri sei o sette esistono solo supposizioni. La mancanza dei libri della "Storia di Roma" di Tito Livio che contenevano le campagne contro i Liguri successive al 169 a.C. e la vaghezza, se non la mancanza, dei Fasti, lascia un vuoto difficilmente colmabile per ricostruire le dinamiche della resistenza delle popolazioni indigene nei confronti della penetrazione romana nel territorio apuano. Due elementi però sono determinanti per capire quanto fu difficile la coabitazione tra l’elemento indigeno e quello giunto al seguito dei conquistatori: la traguardatura dell’agro coloniario ed i reperti archeologici rinvenuti sulle vette ad uso castellare delle Alpi Apuane. Riguardo al primo elemento, si evidenziano oggi i residui di una centuriazione, rintracciabile sicuramente fino a Pietrasanta, ma forse anche nella piana di Camaiore fino alla via regia di Viareggio-Montramito (Massarosa), che viene oramai diffusamente fatta risalire all’epoca augustea, quando Luna sarà soggetta a nuove assegnazioni e forse varierà ulteriormente il confine con Pisa, già oggetto di controversie nel 168 a.C.. L’orientamento di tale centuriazione, difforme da quello della città ma coerente con l’anfiteatro, di epoca imperiale, induce i ricercatori a ritenerla realizzata in questo ultimo periodo. Lo stesso ragionamento emerge dallo studio sulle aerofotogrammetrie del territorio antistante la colonia, da cui emergono residui di parcellizzazioni per moduli rettangolari che seguono canoni cardinali, come i decumani ed i cardini del centro cittadino, e non l’andamento della costa, come invece i resti della centuriazione di cui sopra. Questo significa che la prima suddivisione dell’agro, successiva alla fondazione di Luna e praticata attraverso moduli rettangolari, non potè essere completata, plausibilmente per una difficoltà nel controllo del territorio insidiato dalle popolazioni indigene che incombevano dalle montagne. Riguardo al secondo elemento, coerente con il primo, si evidenzia dall’analisi dei siti d’altura occupati ad uso castellare dalle popolazioni apuane, una frequentazione che dalla prima metà del II secolo a.C. si protrae talvolta fino ai primi decenni del I secolo d.C., quasi sempre comunque fino al I secolo a.C. Una frequentazione che ricorda molto gli sfollamenti tristemente noti alle popolazioni di questa area durante i tragici mesi tra il 1944 ed il 1945. In questo caso sulle vette delle montagne vengono portati orcioni di ogni tipo, spesso vinari, per essere riutilizzati per contenere acqua. Si tratta di ceramica in materiale molto povero, grezzo, il cui impasto tradisce una produzione fatta in condizioni difficili. Solo in piena epoca imperiale tali siti vengono abbandonati definitivamente per non essere mai più rioccupati. Questi due fattori ci raccontano quindi di un territorio ancora molto instabile per almeno un secolo e mezzo dopo la tragica deportazione del 180 a.C. e che purtroppo le gravi lacune nella documentazione storica non aiutano a ricostruire.

Bibliografia
Per la narrazione delle guerre tra liguri e romani rimando soprattutto all'opera di Tito Livio (Ab Urbe condita), in particolare ai libri XXXIX, XL, XLI, ma anche a Zonara (Epitome delle storie, o anche Annales), specialmente per la prima fase tra il 238 e il 230 a.C.. Per una bibliografia più dettagliata e per il commento critico ai fatti vedi invece, di Lorenzo Marcuccetti:
Saltus Marcius, Petrartedizioni, Pietrasanta 2002;
La fondazione di Luca e Luna, La Spezia 2012;
Deportazione, Giorgio Mondadori Editore, Milano 2014.